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Tia, attacco ischemico transitorio: un “mini-ictus” che lancia l’allarme rosso

venerdì 4 gennaio 2019
Il neurologo dell’Ospedale Panico di Tricase, Angelo Zenzola, ci spiega cos’è il TIA, come prevenirlo e come far sì che questo traumatico campanello d’allarme possa scongiurare l’ictus vero e proprio.

Il TIA (attacco ischemico transitorio) è un mini-ictus che si può manifestare con disturbi visivi, formicolii, perdita dell’equilibrio, disturbo del linguaggio e paresi della bocca. È un vero e proprio avvertimento, una patologia che può aprire la strada all’ictus. Si tratta, dunque, di un disturbo neurologico transitorio, spesso causato da un piccolo embolo che poi scompare. Può manifestarsi anche a causa di un’aritmia cardiaca. Molti hanno il TIA e non se ne rendono conto. Poi si può risolvere da solo, ma non è finita lì: quei disturbi sono l’avvertimento di qualcosa che arriverà prossimamente. Non bisogna mai trascurare il formicolio alla guancia o alle braccia: problemi che possono scomparire dopo poche ore. Come per l’ictus vero e proprio, anche il TIA è un disturbo della circolazione del cervello. Lo stile di vita è fondamentale: una dieta ricca di grassi e il fumo possono aprire la strada a questo tipo di problemi.

INTERVISTA AD ANGELO ZENZOLA, NEUROLOGO DELL’OSPEDALE “PANICO” DI TRICASE

Dottore, il TIA viene definito “mini-ictus”: ha tutte le caratteristiche dell’ictus? In cosa differisce?

“Il TIA, per definizione, è un attacco ischemico transitorio. Un’ischemia cerebrale è un’alterazione del flusso sanguigno a livello cerebrale che può essere transitoria o permanente: quando è permanente, dà luogo a necrosi del tessuto cerebrale, cosa che non accade nel TIA, dove il ridotto o assente flusso cerebrale dura meno di 24 ore. La diagnosi è solamente clinica, perché, stando alla definizione, l’attacco ischemico transitorio dà luogo a un deficit neurologico focale (problema della funzione nervosa che colpisce una parte specifica del corpo: braccia, gamba o incapacità di parlare o scrivere ndr) che dev’essere inferiore a 24 ore. Se il deficit neurologico focale, che noi osserviamo clinicamente, dura più di 24 ore, allora siamo di fronte a un attacco ischemico, che crea danni permanenti. Invece, il piccolo ictus, che noi addetti ai lavori chiamiamo ‘minor stroke’, causa un deficit neurologico che può rientrare dopo qualche giorno (la durata è da 24 ore a qualche giorno), a differenza del TIA: è un ictus con esiti di minima o nessuna compromissione dell’autonomia nelle attività della vita quotidiana. Il deficit neurologico focale è una semiparesi con una mancanza di forza a un lato del corpo o a una parte del corpo, oppure un deficit, visivo, di linguaggio o dell’equilibrio associato ad altri segni neurologici. Ma per essere definito TIA deve durare meno di 24 ore”.

Paradossalmente il TIA è un “avvertimento” che deve mettere in guardia dal rischio del vero e proprio ictus, vero?

“Assolutamente sì, perché se è transitorio induce all’osservazione e all’approfondimento diagnostico sull’eziologia del deficit del flusso a livello cerebrale. Gli esami che in genere vengono effettuati sono finalizzati al circolo arterioso intracranico ed extracranico, in particolar modo attraverso un ecodoppler che valuti la presenza di placche a livello carotideo e, quindi, dei tronchi che sono al di sopra del cuore, che portano il flusso ematico dal cuore al cervello. Si fanno tutti gli esami necessari e si valuta la presenza di placche, per capire se sono emboligene o meno e il grado di stenosi, cioè il restringimento che inducono sulla carotide. Se c’è una stenosi maggiore del 70 per cento, si interviene chirurgicamente rimuovendo queste placche: in questo caso si tratta di una terapia chirurgica di prevenzione secondaria. Ci sono attacchi ischemici transitori dovuti a fibrillazioni atriali o ad aritmie cardiache o ad altre patologie cardiache che predispongono a emboli”.

Quindi il TIA ha delle cause ben chiare: ci possono essere delle patologie a monte, vero? C’entra qualcosa anche la predisposizione genetica?

“Esattamente: ci possono essere anche patologie cardiache dietro questo attacco ischemico, ma anche predisposizioni genetiche (su base poligenetica: alcuni geni insieme danno la predisposizione), oppure mutazioni particolari che predispongono a eventi trombotici, come le mutazioni che determinano iperomocisteinemia”.

Quali sono i fattori di rischio che contribuiscono a scatenare l’attacco ischemico transitorio?

“Ipertensione arteriosa, diabete, obesità, fumo, alimentazione non sana, vita insana. Gli uomini sono più esposti, secondo alcuni studi”.

Quindi la prevenzione primaria è solo una: vita sana e cibo sano…

“Certo, quella primaria sì: evitare soprattutto sovrappeso, obesità e fumo. Poi, dopo una certa età bisogna fare alcuni esami”.

La prevenzione secondaria come si fa?

Innanzitutto si prende un’aspirina specifica. Poi, c’è la terapia chirurgica, se una placca può bloccare il flusso del sangue a livello cerebrale. Per chi, invece, ha altri problemi a livello cardiaco non si usa l’aspirina ma l’anticoagulante: ci sono tutta una serie di farmaci moderni. Le Stroke Unit, centri di emergenza (nella provincia di Lecce si trova al Fazzi), sono dei reparti specializzati che si occupano di circolo cerebrale e fanno terapia d’urgenza entro 4 ore e mezzo dall’esordio dei sintomi avvalendosi di una terapia trombolitica, sotto stretto monitoraggio della squadra sanitaria”.

È buona la casistica all’ospedale “G. Panico” di Tricase?

“Abbiamo una buona casistica: tutti i pazienti che non usufruiscono di Stroke Unit vengono presi in carico da questo ospedale e vengono seguiti per tutto il percorso di riabilitazione e post - riabilitazione”.


Gaetano Gorgoni


 

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